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Conclusa la prima missione in Tanzania 2024

Marzo 6, 2024

Inizio a scrivere queste righe mentre mi trovo sull’aereo che da Dar Es Salaam ci porta ad Addis Ababa e poi da lì in Italia dopo 20 gg trascorsi in Tanzania, la maggior parte dei quali all’Ikonda Hospital. Inizio a scrivere perché, come oramai accade da 31 anni, quando iniziai la mia attività di volontariato nei paesi in via di sviluppo, il momento della partenza e del distacco da queste realtà così bisognose di aiuto e in cui viviamo immersi per i giorni della nostra “Missione” è sempre un momento difficile, un momento un po’ triste…anche se si torna a casa, alla famiglia, agli affetti al lavoro di sempre. Così scrivere, ricordare e rivivere questi giorni così intensi che ti entrano dentro, aiuta a lenire un po’ la tristezza del distacco.

Ikonda Hospital è una bellissima realtà, ospedale di buon livello, fondato negli anni 60 dai Missionari della Consolata nel sud della Tanzania, sorge quasi come una cattedrale nel deserto in un misero villaggio perso nel nulla.
Probabilmente molti di voi leggendo questo incipit, avranno pensato che un’opera del genere abbia scarsa ragione di esistere. È un po’ quello che pensammo noi, primi volontari otorino, quando arrivammo a Ikonda nel 2017, dopo un faticoso viaggio di 2 giorni.
Bastò però pochissimo tempo, qualche ora, a farci cambiare idea, a farci cogliere l’essenza e l’importanza di quell’Ospedale apparentemente spropositato per quella regione e a convincerci della bontà di dell’opera e del progetto “ORL per Ikonda” motivo per cui ci trovavamo lì e per cui saremmo tornati con entusiasmo negli anni a seguire.

Si, perché bastò un primo giro di ricognizione nei reparti, gli ambulatori e la sala operatoria per farci capire subito due cose essenziali: 

  1. Un ospedale con un livello di tecnologia “alta” rispetto a quello che offre la maggior parte degli ospedali tanzaniani, ciò rendeva possibile eseguire diagnostica e chirurgia di buon livello
  2.  Ospedale di 300 posti letto  sempre in overbooking, mai meno di 400 pazienti degenti e con ambulatori e sale d’attesa costantemente stracolmi di pazienti.
    Tutto questo voleva dire, che in quella struttura si potevano erogare ai malati cure di livello finalmente equiparabile a quello che avveniva in altre parti del mondo e che il numero di pazienti che potevano usufruirne era molto alto grazie al fatto che negli anni Ikonda Hospital ha acquisito buona fama e catturato la fiducia di una vasta popolazione proveniente da tutte le parti della Tanzania, anche da Dar es Salaam,  a circa 800 km di distanza.

La nostra missione iniziò quasi per caso, quando un farmacologo torinese, legato ai Missionari della Consolata e a quell’ ospedale, mi contattò parlandomi della estrema necessità e carenza di Otorinolaringoiatri e mi propose di farmi carico di un progetto per portare questa specialità ad Ikonda.
Iniziammo quindi nel settembre 2017 con una equipe costituita oltre che da me da un caro  collega di Roma e da 2 giovani Otorini, con un’anestesista ed una strumentista. Per la prima volta dopo 25 anni di esperienza, ci consentivano di curare i malati con la finalità di guarirli e non solo di attenuarne le sofferenze con pratiche di tipo palliativo.

Dal 2017, superando problemi vari  e soprattutto il buio tunnel del Covid, siamo arrivati ad oggi con numeri e risultati sorprendenti.

  • Dopo i primi 3 anni con una sola missione all’ anno, dal 2020 siamo riusciti a passare a 2 equipe di ORL che si recano all’ ospedale regolarmente;
  • nel 2023, le equipe sono diventate 3, ogni 4 mesi circa.

L’obiettivo ambizioso, ma non irraggiungibile, è di arrivare a breve a 4 equipe l’anno in modo che i pazienti possano ricevere cure, interventi e controlli in tempi brevi e non solo una volta l’anno, com’era all’ inizio.
Qualche numero  per darvi l’idea di cosa riusciamo a fare in un paio di settimane di lavoro durante le nostre spedizioni:

  • 300-400 pazienti in ambulatorio transitano  ogni volta, per visite ed esami quali l’audiometria, la fibroscopia, l’impedenzometria,  delle vie aeree e un certo numero di loro vengono sottoposti ad interventi chirurgici, spesso molto complessi e lunghi.
  • 40 e 50 gli interventi che eseguiamo in equipe mediamente nel nostro periodo di permanenza all’ospedale.
  • FORMAZIONE sia in ambulatorio che in sala operatoria, cercando di insegnare e far crescere il personale locale stanziale, sia medico che paramedico.

Non dimentichiamo mai, infatti, che questa è una delle finalità principali delle  missioni Anemon e che a Ikonda, ma in Africa in generale, anche le figure dei paramedici sono avide e vogliose di imparare e spesso hanno compiti che qui da noi vengono assolti solo da medici specialisti. Solo per citare un paio di esempi, nell’ ospedale di Ikonda gli anestesisti sono tutti infermieri con una specializzazione ad hoc in questa difficile arte e le visite in ambulatorio otorino, in nostra assenza, vengono eseguite dal “Patron” ovvero il capo sala che lavora a stretto contatto con ognuno di noi ogni volta che ci rechiamo in missione.

Vivere Ikonda nella sua pienezza come facciamo noi nei 20 gg (troppo pochi!) della nostra missione vuol dire innanzi tutto “condividere” tantissimo. Condividere con il personale dell’ospedale, condividere con i malati, persone sofferenti che cercano soluzione alle loro malattie, spesso molto gravi, che arrivano da molti chilometri di distanza, a piedi o con mezzi di fortuna, speranzosi di trovare lì la guarigione. Arrivano con i loro nomi per noi impronunciabili, ci capiamo solo grazie alla traduzione dallo Swaili all’inglese di un capo sala o di un’infermiera, hanno negli occhi una fiducia smisurata nei nostri confronti anche se alcuni di loro sono già stati dallo stregone o dalla fattucchiera del villaggio e spesso riusciamo a ripagare la loro fiducia. Altre volte però  dobbiamo deluderli, scuotere la testa dicendo che non possiamo fare nulla e comunicare che la gravità della malattia non da speranze. Questi sono i momenti che un medico non vorrebbe mai affrontare, ancor più in una condizione come quella dove sappiamo che solo il ritardo nella diagnosi ed il lungo tempo intercorso dall’inizio della malattia hanno portato all’ impossibilità di curarla e guarirla. La cosa che  stupisce sempre è come questa gente, provata dalla povertà, dalla mancanza di tutte le cose che nei paesi ricchi sono ritenute essenziali, fortemente prostrati per la malattia, affronti l’ineluttabilità della morte, accetti il verdetto finale triste ed impietoso, con una dignità ed una serenità totalmente dimenticate ed impensabili qui da noi. Arrivano con sguardo fiducioso  ma che non varia e conserva la sua dolcezza anche quando comunichi loro che… non c’è più nulla da fare. È una cosa a cui non siamo abituati, noi che nel mondo cosiddetto “civile” dobbiamo avere la polizia che difende il pronto soccorso o assistiamo alle violenze immotivate, perché viene negata una prestazione che non spetta o perché un anziano è morto al termine della sua vita. Qui da noi oramai si da per scontato che la morte possa e debba sempre essere sconfitta dal medico, dall’ ospedale, dalla scienza.  Una missione africana dovrebbe essere un’esperienza formativa inserita nel curriculum di tutti i medici, soprattutto giovani, è un’esperienza che da tantissimo: costa un po’ di fatica, di tempo, perdita di lavoro ma…ci dà sempre molto di più di quanto noi portiamo là! Grande è anche la condivisione e  il legame che si crea fra i componenti dell’equipe. I nostri gruppi sono sempre formati da un paio di chirurghi senior, da 2-3 chirurghi giovani, talvolta una strumentista. Si vive assieme per 20 giorni dal mattino alla sera, si condivide un viaggio lungo e faticoso, si condividono orari di lavoro pesanti e faticosi,  con la difficoltà anche di non capire la lingua ma si condivide soprattutto la bellezza di questa esperienza, la gioia di sentirsi veramente e pienamente utili, la consapevolezza quando si risolve un caso  di essere stati veramente determinanti. A volte anche ricorrendo a soluzioni un po’ strane e anomale, a volte si azzarda, si rischia, ci si ingegna tutti assieme per trovare soluzioni perchè  sappiamo che non c’è alternativa. Certo non son tutte rose e fiori…ogni anno si verifica qualche episodio che ci lascia un po’ di amaro in bocca. Ogni anno siamo partiti da Ikonda con un nome, una faccia, un ricordo triste. Poteva chiamarsi Darusci, il piccolo di 12 anni che il primo anno ci tenne col fiato sospeso per oltre 10 ore perché dopo la rimozione di un tumore del collo non voleva saperne di svegliarsi dall’ anestesia. E negli anni successivi ci furono altri “Darusci”, anche se pochi, ma ogni anno abbiamo vissuto momenti di ansia e tensione che però ancor più legano e cementano i nostri rapporti e ci ricorda  ancora una volta che l’uomo, il chirurgo, la scienza possono fare molto… ma non tutto.

Ikonda é tutto questo e molto altro, non è facile racchiudere questa esperienza in un racconto  ma spero almeno di avervi fatto vivere la sua atmosfera, le emozioni che ci regala, condividendole con noi.
Sono qui su questo volo, circondato da tanta gente assieme ai miei cari amici, persone speciali che hanno voluto per la prima volta o per l’ennesima volta, condividere questa esperienza e questo mi rende felice, mi fa sentire un po’ meno il distacco, la sensazione di essere scappato senza aver finito la mia, la nostra opera.
Penso a queste cose ma penso soprattutto alle parole di commiato che come sempre ho pronunciato nel meeting di saluto dell’ultimo giorno all’ Ospedale…” Bye Ikonda, we are leaving today but we are always looking forward when we will come back” “Ciao Ikonda oggi partiamo ma stiamo già pensando a quando ritorneremo qui” e vi garantisco che non è retorica.
Perché Ikonda è cosi, ti prende, ti affascina ti entra dentro e non puoi più farne a meno.

Chiudo con un ringraziamento ad Anemon e a tutti coloro che attivamente ci aiutano e ci sostengono in questa nostra iniziativa; quest’ anno ho portato in ospedale un naso-fibroscopio nuovo, acquistato grazie al budget messo a disposizione di Anemon, budget che consentirà anche di acquistare un microscopio per la chirurgia dell’orecchio. Ma molte ancora sono le necessità dei malati di Ikonda quindi, già fin da ora, ringrazio tutti quelli che vorranno contribuire con donazioni al progetto Ikonda-Hospital, Tanzania.

A presto e grazie
Maurizio Catalani
Otorinolaringoiatra nel mondo

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