Maria Adelaide racconta la sua esperienza
Ho accettato il suggerimento di mia figlia ventenne di condividere un’esperienza di volontariato in Africa, ci siamo trovate sulla strada delle Suore Ospedaliere della Misericordia prima e di Anemon poi con cui mi sono sentita di condividere gli intenti. Ben presto, con mio nipote ed una ragazza diciannovenne, con la stessa voglia di mettersi in gioco, siamo diventati in quattro ed è iniziato il lungo viaggio sino a Vohipeno. Con noi avevamo portato dall’Italia dei farmaci necessari in ospedale forniti da Anemon e circa 160 occhiali graduati e non, forniti dai Missionari Comboniani di Roma ed un poco di materiale di consumo quotidiano ospedaliero, vestiti e giochi per bambini e tanta voglia di metterci in gioco.
È stato un viaggio lungo e faticoso soprattutto nella parte in cui abbiamo attraversato il Madagascar con le sue strade disconnesse, buie, polverose, strette in cui circolano i taxi bus, i Tir, biciclette, tante persone in cammino le loro, zebù e galline che liberamente attraversano la strada. Abbiamo iniziato a conoscere così questo paese così lontano fisicamente e mentalmente dalla nostra idea di vita.
Man mano che ci siamo avvicinati alla missione le condizioni di vita erano sempre più minimali: acqua, luce ed anche un semplice paio di scarpe non sono alla portata della maggior parte della popolazione nel sud del Madagascar.
Dal nostro arrivo all’ospedale di Henintsoa siamo stati accuditi in tutti i modi dalle suore che certamente ci hanno fatto sentire, immeritatamente, “ospiti speciali”.
Provengo da un grande Ospedale romano ed ho ancora negli occhi e nel cuore questo luogo i cui, circondato da un giardino meraviglioso, si trova un’ ospedale che va avanti con strumenti minimi e pochissimo personale tre medici e pochi infermieri che per ovvi motivi risiedono li. Guardavo con incredulità ed ammirazione il lavoro svolto con dignità e dedizione in una struttura così lontana dal nostro concetto di ospedale, portata avanti dalle tante donazioni provenienti dall’Italia (ho sorriso vedendo che alcuni teli di sala operatoria non erano altro che dei canovacci sponsorizzati una famosa marca di pasta Italiana!)
Noi abbiamo cercato di dare la nostra disponibilità totale, era per quello che eravamo lì, i ragazzi, studenti in Medicina, hanno fatto le loro prime esperienze di sala operatoria, io da medico internista ho cercato di dare un aiuto con le mie conoscenze ecografiche, alle esigenze dell’ambulatorio.
Certamente un ruolo maggiormente attivo lo abbiamo avuto i giorni in cui con Suor Aureline ed una ostetrica siamo andati nelle campagne. In questi luoghi remoto per una popolazione che si muove per la maggior parte a piedi, loro fanno settimanalmente un grande lavoro di educazione ed allestiscono un ambulatorio dove abbiamo trovato tante persone in attesa di una visita medica, di medicine o di controllo ecografico. La barriera linguistica veniva superata grazie all’aiuto delle nostre accompagnatrici.
La seconda settimana siamo stati ad Ifatsy rallegrati dagli occhi dei bambini dalla loro giocosità e la voglia di comunicare che sorpassava qualsiasi barriera, dal loro cercare e donare affetto. Nei giochi con i bambini siamo tornati tutti bimbi.
Anche qui grande lavoro delle suore e dedizione totale ai bambini ed all’ambulatorio per la malnutrizione infantile e delle donne in gravidanza. Abbiamo visto e dato il nostro aiuto per tanto lavoro svolto con professionalità, dedizione ed accuratezza nella preparazione e distribuzione dei preparati. Suor Abeline si è prodigata per fare in modo che io potessi visitare al meglio i tanti pazienti in attesa ed ha mostrato mente fervida e capacità di trovare soluzioni con i mezzi disponibili oltre che tanta voglia di apprendere. Lei e le altre suore spesso devono combattere contro la reticenza dei locali per i quali andare in ospedale pre problematiche serie è spesso considerato un problema piuttosto che una soluzione. Nelle campagne afferenti ad Ifatsy si è dovuta ad esempio prodigare poiché una madre che ci aveva portato una bambina malata ma soprattutto gravemente malnutrita ha chiesto aiuto alla suora per convincere prima il marito e poi la suocera sulla assoluta necessità di inserire la figlia nel programma dell’ambulatorio della malnutrizione.
Abbiamo lasciato Maria Chiara e Sofia tutta la settimana ad Ifatsy ove hanno continuato il lavoro con i bambini con amore e gioia riuscendo a vincere la ritrosia anche di chi in un primo momento aveva avuto paura di questi adulti dalla pelle sbiadita e siamo tornati ad Henintsoa.
Abbiamo dato qualcosa, forse poco, abbiamo avuto molto.
Come medico mi sono sentita qualche vota stanca, talora impotente in relazione ai mezzi disponibili, ho coinvolto qualche amico collega specialista per diagnosi e trattamenti più complessi, credo di aver fatto quello che era nelle mie possibilità.
Ho pensato alla forza della telemedicina in cui forse con un sistema integrato, dall’Italia si potrebbe fornire aiuto costante e competenze specifiche per un maggior numero di patologie. Non so quanto fattibile nello specifico, ma è certamente attiva in alcuni paese africani. Per quanto di mia conoscenza è in studio anche un centro in Madagascar.
Il mio ringraziamento va a tutti coloro che ho incontrato in Madagascar per avermi fatto vedere il mondo on occhi diversi, alle suore di Vohipeno, Ifatsy e Antananarivo per le innumerevoli attenzioni donateci e ad Anemon che nelle persone della Presidente Gabriella Guglielmo e del dr Durando mi hanno fornito preziose informazioni prima della partenza ed anche supporto durante il viaggio ed ai miei giovani compagni di avventura che hanno alleviato e rallegrato con la loro spensieratezza le inevitabili difficoltà logistiche.
Maria Adelaide M.
Volontaria Anemon